PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA: PERCHE’ VA IMPEDITA

Di Wildgreta

Vi terrò aggiornati su eventuali manifestazioni in programma per opporsi alla privatizzazione dell’acqua. Intanto vi lascio alla lettura di questo articolo che spiega bene di cosa si tratta e quali sono gli aspetti deleteri del provvedimento.

Il grande business dell’acqua privata. Una torta da 8 miliardi

di Roberto Rossitutti gli articoli dell’autore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il nodo della questione è tutto lì, nel titolo dell’articolo 15 del decreto legge n.135, o decreto Ronchi, tramutato in legge al Senato appena un giorno fa. È lungo solo una riga ma vale miliardi. Soldi che usciranno dalle tasche dei consumatori e che arriveranno in quelle di pochi grandi gruppi. Il titolo, dunque, recita: «Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica».

Che vuol dire?Che l’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali avverrà, in via ordinaria, attraverso gare ad evidenza pubblica. Quali sono i servizi indicati? Diversi (gas o trasporto, ad esempio). Ma tra questi uno in particolare: l’acqua. Che con il decreto ha cambiato status. Non più bene pubblico, ma merce. Di «proprietà» dello Stato, dopo una emendamento inserito all’ultimo minuto dal Pd, ma gestita da privati. Un business colossale. Quanto grande? Forse otto miliardi nei prossimi dieci anni. Ma è un calcolo in difetto.

E solo parametrato sulla semplice gestione. Senza contare gli investimenti pubblici ed europei. Attualmente in Italia la rete idrica è coperta da circa 110 gestori. Divisi tra i 91 Ato (ambito territoriale ottimale) esistenti. Grosso modo ad ogni Ato corrisponde una provincia. A crearli fu la Legge Galli del 1994. Che per la prima volta aprì anche ai privati. Oggi 64 gestori sono a totale capitale pubblico e servono oltre la metà della popolazione. Il resto è a capitale misto o privato.

Questo fino a mercoledì. Perché nel giro di un anno o al massimo entro il 2012 l’affidamento dei servizi pubblici locali passerà in mano a «imprenditori o società in qualunque forma costituite». Anche con capitale misto dunque, purché «l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» sia nelle mani del privato che non può «avere una quota inferiore al 40%» della società. Il pubblico può rimanere ma è il privato che decide quanto o come investire.

E il privato deve fare profitti. E i profitti si fanno abbassando gli investimenti e alzando le tariffe. In Italia dal 1994 (anno della Galli) al 2005 sono stati investiti 700 milioni di euro l’anno nella rete. Nei dieci anni precedenti oltre 2 miliardi di euro. Nel 2008, secondo l’ultimo rapporto del Co.Vi.RI. relativo a 54 Ato, risultavano realizzati solo il 56% degli investimenti previsti (sei miliardi). Questo, scrive Cittadinanzattiva, a fronte di un’impennata delle tariffe di oltre il 47% negli ultimi 10 anni. Seconde solo al petrolio. In Toscana, ad esempio, dove è più forte la presenza di privati, ogni famiglia spende in media per l’acqua 330 euro all’anno a fronte di una dispersione del 34%. I privati, se non regolamentati, non portano efficienza. NelnostroPaesele società più importanti, per capacità e fatturato, sono sei: la romana Acea, la bolognese Hera, la ligure-piemontese Irenia, la triestina Acegas-Aps, la lombarda A2A e Acquedotto Pugliese. Le prime cinque sono quotate. Sono multiutility a capitale misto dove però è il privato che detta le regole. Questo perché ha i soldi necessari e spesso anche il know how. E con la nuova norma avranno un peso ancora maggiore visto che gli enti locali non potranno avere oltre il 40% del capitale delle società in questione.

L’Italia diventeràun terreno fertile per le multinazionali estere, come le francesi Veolia e Suez, che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando fette di territorio. Per l’acqua «si assiste – per usare le parole dell’Antitrust – alla sostituzione di monopoli pubblici conmonopoli privati». Si prenda l’esempio di Acea.

La società serve il Lazio, una parte della Campania, l’ Umbria, e 4 Ato su sei della Toscana. È il primo operatore nazionale del circuito idrico (ha il 10% del mercato). È controllata al 51%dalComunedi Roma, al10%circa dalla francese GdF-Suez e al 5% dal costruttore Caltagirone. Ma presto il comune di Roma dovrà cedere a privati l’11% della società per unvalore di circa 200 milioni. Lo stesso dovranno fare i comuni emiliani per Hera o quelli di Genova e Torino per la futura Irenia. In totale sul mercato finiranno oltre un miliardo di euro in azioni. Cha andrà ai privati. I quali investiranno per avere un ritorno. E se i piani industriali di 87 Ato mostrano un incremento medio dei consumi di acqua, da qui al 2023, del 17-20%, vuol dire che la privatizzazione dell’ acqua la pagheremo noi.

l’unità 06 novembre 2009
Gruppo facebook per appoggiare proposta di legge IDV contro la privatizzazione dell’acqua nel Lazio   http://www.facebook.com/group.php?gid=169485991047

Ponte sullo Stretto:prima pietra a Natale

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Roma. Sarà posta il 23 dicembre la prima pietra per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina. L’annuncio è stato dato oggi dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega al Cipe, Gianfranco Micciché. Proprio il Cipe ha dato il via libera alla fase di progettazione del ponte. Il comitato interministeriale tornerà a riunirsi entro fine anno, per affrontare e definire alcuni aspetti tecnici della progettazione.

 

«Finalmente sono stati assegnati soldi reali per il ponte sullo Stretto – dice il sottosegretario Miccichè – Stiamo aspettando il completamento dell’aumento di capitale della società Ponte sullo Stretto entro il 1° dicembre. Subito dopo saremo pronti per dare il via libera all’inizio dei lavori. Se tutto procede come da programmi – ha concluso Miccichè – il 23 dicembre ci sarà la posa della prima pietra». La costruzione del ponte, il costo stimato è 6,3 miliardi di euro, dovrebbe essere ultimata in sette anni.

(06 novembre 2009)

Crisi: Istat, peggiora situazione economica per 50% famiglie

ROMA (MF-DJ)–Meta’ delle famiglie italiane giudicano che la loro situazione economica e’ peggiorata nel 2009 rispetto allo scorso anno.

Lo rende noto l’Istat, sottolineando che, tuttavia, si registra una diminuzione della quota di famiglie che riferiscono un peggioramento della propria situazione (dal 54,5% al 50%). Di queste, per il 13,1% la situazione e’ molto peggiorata.

Le famiglie che giudicano la propria situazione economica sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente e’ piu’ alta di quella rilevata nel corrispondente periodo del 2008 (44,9% rispetto a 39,4%).

Dal punto di vista territoriale, le famiglie residenti nel Centro a riportare una piu’ frequente percezione di stabilita’ (il 48,3%). Al contrario, la quota di famiglie che denunciano un peggioramento significativo della propria condizione e’ nettamente piu’ elevata nel Mezzogiorno (il 16,2% contro il 10,7% delle famiglie del Centro).

Le famiglie che percepiscono il maggiore peggioramento della propria situazione economica tra il 2008 e il 2009 sono quelle con persona di riferimento lavoratore in proprio (un lavoratore che ha una propria impresa senza dipendenti nel cui ambito svolge anche lavoro manuale): in questo caso, la quota di famiglie che riferiscono un peggioramento passa dal 48,5% del 2008 al 51,1% del 2009.

Sul fronte delle risorse economiche familiari, nel 2009 si registra una riduzione della frequenza di opinioni negative: la percentuale di famiglie che affermano di disporre di risorse adeguate passa dal 48,1% del 2008 al 52,9% del 2009, mentre le famiglie che le ritengono scarse vanno dal 41,3% al 38,8%. Il 6,7% delle famiglie considera le proprie risorse economiche insufficienti, contro l’8,1% del 2008, mentre decisamente piu’ contenuta e’ la quota di famiglie che le definisce ottime (appena lo 0,9%). com/ren

 
 November 06, 2009 05:15 ET (10:15 GMT)

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Caso Marrazzo:Aggiornamenti 6 novembre

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(La trans Brenda)

Marrazzo: controlli sulle spese della Regione

MARRAZZO, 9 GLI ASSEGNI SPARITI: INIZIA LA RICOSTRUZIONE DEL RICATTO

Marrazzo,Masi: “Angelucci ha visto il video da me, curioso che lo neghi”

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