Se il gran visir Letta mente ai “suoi” abruzzesi

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Intanto in Lombardia la Tangentopoli bis cambia i piani (e i nomi) per le regionali.
«Quegli imprenditori, che nella notte del 6 aprile hanno riso pensando di poter fare affari sulla ricostruzione dell’Abruzzo non hanno mai avuto un euro, né l’avranno.
Abbiamo tutti provato un brivido di orrore sentendo che alcune persone ridevano, pensando di poter lucrare sulle disgrazie degli aquilani. Nessuna di quelle brutte persone, nessuna di quelle imprese ha mai messo piede a L’Aquila.
Nessuno di loro ha avuto un euro nella prima fase della ricostruzione e nessuna lo avrà neanche nella seconda fase». È venerdì 12 febbraio, il giorno dopo la deflagrazione dell’affaire Bertolaso. Ma soprattutto il giorno dopo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche fra due imprenditori senza scrupoli, De Vito Piscicelli e Gagliardi, in cui entrambi ridono e si fregano le mani per gli appalti in arrivo legati alla ricostruzione.


Gianni Letta, abruzzese, potente sottosegretario soprannominato “gran visir” da Calderoli, dà la sua parola ai conterranei che questa «brutta gente» non ha avuto e non avrà nulla a che fare con il dopo terremoto aquilano.
Peccato però che nelle ventimila pagine di documenti prodotti dalla procura fiorentina c’è un passaggio che pesa come un macigno e che smentisce la solenne promessa del secondo uomo più potente dopo Berlusconi. Protagonisti i soliti due costruttori, con la differenza che la telefonata stavolta è del 9 aprile, tre giorni dopo il terremoto. De Vito Piscicelli confessa al collega (che peraltro è anche suo cognato) di essere già stato contattato dalla Protezione civile. In particolare, gli hanno chiesto sei escavatori e venti camion, presumibilmente per la rimozione delle macerie dalle strade aquilane.
Un servizio per il quale l’impresa di Piscicelli sarebbe stata scelta senza nessuna procedura pubblica e pagata successivamente secondo le tariffe ordinarie «tot ore, tot al giorno». È questa la pacchia delle emergenze, ben sintetizzata dall’ultimo scambio di battute prima di mettere giù la cornetta. Gagliardi: «Certo lì adesso ci fanno carne da porco…». Piscicelli: «Eh, là c’è da ricostruire per dieci anni…
».
Insomma, parole che non hanno bisogno di interpretazioni e che smentiscono le rassicurazioni agli aquilani fatte da Letta. Ora, l’unico dubbio che resta riguarda la natura delle dichiarazioni del sottosegretario: bugie vere e proprie oppure solo mancata conoscenza dei fatti? Il sindaco aquilano, Massimo Cialente, vuole essere garantista, dicendo di voler credere nella buona fede del gran visir berlusconiano.
Tuttavia il dubbio resta, soprattutto se si guarda a un altro petalo dell’inchiesta fiorentina che riguarda sempre gli appalti post-sisma e che coinvolge in prima persona un altro pidiellino di rango, Denis Verdini. Si tratta delle manovre e delle pressioni nei confronti del politico forzista da parte del costruttore toscano Riccardo Fusi (considerato assieme a Piscicelli e all’imprenditore Di Nardo tra i “favoriti” di Verdini) per poter partecipare alla ricostruzione della città abruzzese.
Pressioni che vanno a buon fine, visto che a solo tre mesi dal 6 aprile arriva il primo contratto. Scuola media Carducci, sede provvisoria al Torrione.
Appalto da 7,3 milioni, aggiudicato da una associazione temporanea d’impresa Cmp-Btp-Vittorini Emidio costruzioni.
Lotto 12, aggiudicato il 22 luglio. La sera stessa, il direttore tecnico-consigliere del consorzio Federico II, Liborio Fracassi, marsicano di Avezzano, 62 anni, scrive un sms a Riccardo Fusi della Btp.
«Vinto il primo appalto. È il primo, gli altri a breve. Ferie all’Aquila».
Gianni Del Vecchio

fonte

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