Villari:Veltroni? Fuori è come Obama ma dentro sembra Stalin

“Per due mesi assediato dalla Casta”

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Note di Wildgreta

Non so se credere a Villari, quel che è certo è che il paragone con Stalin lo aveva già fatto Berlusconi. Berlusconi, però, usò questa strategia durante le elezioni dipingendo il leader del PD come “il nuovo Stalin” Villari, invece, paragona Veltroni ad Obama, per quello che riguarda la sua immagine esterna e a Stalin per il suo autoritarismo  nel gestire il partito. Forse c’è del vero in quel che dice Villari, infatti se Stalin fosse stato come Veltroni, nessuno si sarebbe accorto del suo passaggio nella storia.

PAOLO FESTUCCIA
ROMA
E’ il solito Riccardo Villari quello che sfugge ai cronisti assiepati sotto la sede della Vigilanza Rai, e si materializza al caffè della galleria Alberto Sordi. Tirato a lucido – dopo la fine della riunione con Sardelli e Beltrandi (quest’ultimo, radicale, sta facendo lo sciopero della fame ed è stato ricoverato in serata) che gli hanno conferito il mandato per il ricorso alla Consulta contro la revoca della Commissione – stringe mani, lancia sorrisi e allunga le orecchie per ascoltare i commenti della gente che lo accompagnano con lo sguardo mentre scarta le telecamere. I due mesi in sella a Palazzo San Macuto, «mi hanno dato grande visibilità, sono tutti con me… sanno che è una storia di poltrone…». E già, poltrone, «quella che mi hanno tolto – riprende – per accordarsi sulle altre: il cda Rai, le reti e i Tg della tv pubblica».

Insomma, la revoca da presidente non gli ha fiaccato il morale, anzi: «Sapevo che c’era un inizio, immaginavo che anche una possibile fine…». E già, l’inizio. Prende il via lo scorso 13 novembre con quell’elezione «benedetta» dai voti del Pdl. «No, – racconta Villari – tutto comincia un mese prima. Il Pdl da tempo segnalava l’ipotesi di eleggere un nome diverso da quel Leoluca Orlando indicato dall’opposizione. Tant’è che la mia ex presidente di gruppo, Anna Finocchiaro mi dice: “Occhio!…Gira il tuo nome…” E io che devo fare? chiesi, “niente devi solo avere occhio!…” E così ho fatto». Sì, ma non intendeva, forse, un occhio così lungo, o no? «Mah…Non tanto lungo, visto l’epilogo. Comunque, un quarto d’ora prima del voto, la Finocchiaro torna da me per segnalarmi che nel Pdl hanno deciso di votarmi. Con me ci sono Morri e Gentiloni. Quest’ultimo mi consiglia, una volta proclamato, di dichiarare la volontà a recarmi dai presidenti di Camera e Senato, sospendendo la riunione. E così faccio». Da allora, solo attacchi, Merlo che «fischia» insulti ogni dieci minuti, chi declama a gran voce “venduto” per trenta denari, chi chiede le dimissioni etichettandomi come trasformista. Io? trasformista…». E’ il momento delle pressioni maggiori, dunque, «senza che il mio partito accennasse ad una minima difesa anche contro un Di Pietro scatenato». E, anche per questa ragione, probabilmente, la vicenda prende una piega diversa, rispetto a quanti nel Pd, in quelle ore tra il 13 e il 15 novembre, si affannano a ribadire che «a breve Villari si sarebbe dimesso».

«Ed, invece, niente – riprende il senatore napoletano – parlo con Veltroni, lui mi chiede di lasciare e io replico con due richieste: restituzione della mia dignità e soluzione condivisa. Ma il caro Veltroni, Obama all’esterno e Stalin all’interno rilancia il suo monito, o fai così o sei fuori. Punto. E io vado per la mia strada, replico». Quindi, il muro contro muro che cresce ora dopo ora. Si parla di protezioni, inciuci, «perfino la storiella che fossero i dalemiani a sostenermi per far un dispetto a Veltroni, o Franco Marini che stimo e rispetto ma è sempre stato alla larga da queste beghe. Nessun accordo sottobanco, a differenza di quanto accaduto con la mia revoca… Questo è l’inciucio: cacciarne uno, revocare tutti e, poi, rimettere tutti ai loro posti. Dimessi e riammessi… E poi, Berlusconi… ma chi ci ha mai parlato…. Panzane, messe in giro ad arte da chi, come la Finocchiaro, riveste un ruolo concessole dai partiti pur essendo stata bocciata dall’elettorato». Insomma, ha fatto tutto da solo, difficile da credere, no? «Sono stato sempre autonomo, ma avevo un dubbio». Quale? «Il rischio di imparzialità dei vertici istituzionali… E poi, tutta questa pressione…». Ma Da chi, senatore? Era anche normale viste le polemiche. «E’ evidente l’imparzialità dei presidenti di Camera e Senato. Paradossalmente, in questo ultimo mese, invece di rivolgersi a chi non partecipava ai lavori si rivolgevano a chi andava in commissione regolarmente, curioso no?… Un giochetto che hanno permesso proprio loro… Con Schifani che da arbitro si è trasformato in giocatore. Un giocatore, che non ha avuto nemmeno la sensibilità di chiamare un suo senatore ad un confronto diretto».

Villari lancia bordate, poi inforca gli occhiali e aggiunge: «Forse avrà avuto il timore che il sottoscritto si potesse comportare come Orlando, il quale rivelò come Schifani lo avesse invitato ad andare a Palazzo Grazioli per essere eletto alla bicamerale per l’informazione. Eppure il presidente Schifani dovrebbe sapere che per me i colloqui privati restano tali. Non a caso, ci siamo visti e non ho mai pronunciato una virgola». E ora, cosa farà? «Cosa faccio? – dice – Non vede, stamattina mi ha fermato un elettore di centro-destra mi ha invitato ad andare avanti, ha assistito pure Pedrizzi… La gente mi chiama, ha capito che ha vinto la peggior partitocrazia… Per questo esaminerò le condizioni del ricorso e poi vedremo… Certo di questa vicenda conservo una lunga serie di perle: a cominciare da Zavoli, persona seria, che si appresta alla trincea ad 85 anni… Questo è il rinnovamento generazionale di Veltroni? Per dirla alla Totò: ma mi faccia il piacere…» E poi, «quella prepotenza capricciosa – riprende Villari -. Veltroni è davvero un fantasma rispetto a quello del Lingotto, e lo dico con rammarico».
La Stampa 24 gennaio 2009

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