Legambiente sui rifiuti tossici in Campania: «Veleni e massoneria le nostre denunce al vento»

Mappa dei rifiuti tossici

L’ACCUSA

Bertolaso: «Cittadini, parroci e società civile dov’erano quando i camion scaricavano i veleni nelle campagne?»

LA REPLICA

«I nomi degli imprenditori, dei massoni e dei clan che si arricchivano li abbiamo fatti sin dal 1994»

ADOLFO PAPPALARDO «Le denunce ci sono e partono dal 1994. Sempre con nomi e cognomi. E cito il caso dei resti del Moby Prince smaltiti a Castelvolturno: l’allarme lo lanciammo noi di Legambiente e poi non se ne è saputo più nulla. Silenzio assoluto per due anni fino a ieri. Cosa è stato fatto nel frattempo? È Bertolaso che lo deve spiegare alla cittadinanza, non il contrario». Michele Buonomo, presidente regionale di Legambiente, non ci sta a finire negli strali del numero uno della protezione Civile che accusa «preudo-ambientalisti, cittadini, sindaci e parroci di essere rimasti in silenzio senza denunciare scarichi abusivi e scempi ambientali». Buonomo non rivendica nulla ma, anzi, alza il tiro e chiede aiuto ai vertici nazionali di Confindustria affinché, «sul modello siciliano, le aziende implicate, a monte o a valle, nello smaltimento dei rifiuti tossici, vengano allontanate». Sulla polemica delle mancate denunce, invece, Legambiente tira fuori documenti di quasi tre lustri fa. È il 1994 quando l’associazione ambientalista, per la prima volta, stila 17 paginette con il titolo «Rifiuti spa». A leggerle ora quelle carte si resta basiti perché i protagonisti sono sempre gli stessi. C’è il patto tra Casalesi, logge massoniche deviate dello Spezzino e della Toscana e imprenditori per spartirsi l’affaire dei rifiuti tossici da riciclare in Campania. Da tutta Italia. Ma soprattutto colpisce il lungo elenco di nomi e le rispettive cariche societarie: si passa dall’inventore delle ecomafie Cipriano Chianese sino a Gaetano Vassallo. Quest’ultimo oggi accusa il sottosegretario Nicola Cosentino davanti ai pm dell’Antimafia, ma nel ’94 è «il proprietario della discarica di Giugliano dove – è scritto nel dossier – sono finite anche 500 tonnellate di fanghi tossici proveniente dall’Acna di Cengio». Accusa che Vassallo conferma ai pm solo durante l’interrogatorio del 28 agosto scorso. Non solo perché sempre «Vassallo, tramite le cariche sociali nei consorzi napoletani che dal 1989 smaltiscono rifiuti, fa operare il salto di qualità nel business». E da allora, grandi aziende come l’Enel, iniziano «a portare i fanghi nelle discariche napoletane». Rapporti stilati all’epoca con l’aiuto degli inquirenti che portavano avanti le prime inchieste sul fenomeno e grazie alla denunce dei cittadini che annotavano le targhe dei camion che sversavano in buche nella campagna. La parola «ecomafia», invece, non esisteva ancora: due anni dopo la coniarono Peppe Ruggiero ed Enrico Fonta, sempre di Legambiente, per il primo dossier. «Si poteva fare di più? Certo magari scendere in piazza e farci sparare direttamente addosso dai camorristi». La connivenza, di cui parla Bertolaso allora? «Non c’è stata quella dei cittadini – conclude Buonomo – ma quelle delle istituzioni: nel ’94 i sindaci campani ci accusarono di volerci fare pubblicità con i dossier. Oggi, invece, che il vero controllo del territorio passa per le forze produttive. E per questo chiedo che Confindustria adotti lo stesso codice adottato in Sicilia contro chi paga il pizzo». In che senso? «È ormai accertato che il comparto dei rifiuti tossici passa non solo per gli imprenditori campani disonesti, collusi quasi sempre con la camorra, ma anche per le grandi aziende che a loro affidano lo smaltimento per abbatterne i costi. Viale dell’Astronomia per quest’ultime dovrebbe prevedere una sola cosa:sbatterle fuori”.

 Il mattino 15 settembre 2008

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