Del Turco: «Non credo ai complotti e agli errori giudiziari»

l’ex governatore: «faccia a faccia con il mio accusatore. Era teso»
«Da Angelini non ho ricevuto nessuna mazzetta. Lui pensava solo che potessi aiutarlo»
DAL NOSTRO INVIATO
PESCARA – Arriva in aula un’ora prima del giudice. Vestito blu ministeriale, cravatta a tono, anche i modi di Ottaviano Del Turco sono gentili e compassati. Disarcionato dall’accusa di tangenti per 5,8 milioni, tra carcere e domiciliari si è fatto due mesi dentro.

Angelini dice che le ha dato mazzette.
«Lo dice lui».

Non è vero?
«No. Quando sono arrivato in Regione aveva l’ossessione che Procura e Guardia di finanza volessero arrestarlo. Pensava che, essendo stato ministro delle Finanze, potessi aiutarlo».

Ha detto ai pm che lei vantava amicizie e protezioni in procura per costringerlo a pagare.
«Trifuoggi (il procuratore, ndr) l’ho visto una volta prima di questa vicenda. La verità è che ambienti economici e politici non soffrivano il mio intervento sulla sanità privata. Ho ridotto posti letto e tariffe, ho dato il via alle ispezioni che nessuno faceva. Con me è finita la befana».

Crede in un complotto?
«Io sono un vero liberale. Non faccio complotti e non credo ai complotti».

Un abbaglio dei pm?
«Nessun errore giudiziario, i magistrati avevano le dichiarazioni di Angelini che ha solo cercato di salvare se stesso. Lo si capisce dagli interrogatori, quando dice che era arrivato alla fine, che il suo gruppo era in una gravissima situazione finanziaria. Chissà dove sono finiti i soldi che dice di avermi dato. Magari hanno fatto la stessa fine di quelli delle sponsorizzazioni. Sono spariti».

I 21 milioni che ha investito nel motomondiale 250?
«Una follia. Ho saputo che la Yamaha a Valentino Rossi dà 10 milioni l’anno».

È anche accusato di aver brigato per spogliarlo del suo impero.
«Angelini era tecnicamente fallito e quando chiesi a De Benedetti di investire in Abruzzo, mi rispose che qui non si potevano più fare affari».

In aula nemmeno una parola con lui?
«Niente. Cos’altro doveva dire».

Vi siete guardati negli occhi?
«Uno sguardo».

È cosa vi sieti detti senza parole?
«Niente. L’ho visto teso e dimagrito ».

È vero che ha mandato messaggi fuori dal carcere attraverso parlamentari?
«Chi lo dice non sa come funzionano le visite dei parlamentari. Quando arrivano in cella, tre metri per due, ci sono il direttore e gli agenti».

Un ricordo del carcere?
«Ho incrociato due detenuti per mafia. Mi hanno sorriso come per dire che la vita è una ruota, che in carcere c’ero finito anche io che ero stato presidente della commissione antimafia. C’erano poi alcuni detenuti in crisi d’astinenza da fumo. Ho fatto comperare dagli agenti di custodia alcuni pacchetti di sigarette, per fargliene dare due al giorno senza dire che ero stato io».

E cosa ha fatto agli arresti domiciliari?
«Ho letto molto e riletto alcuni libri. Come Il giovane Holden (il bestseller di Salinger, ndr) che avevo letto quando ero ragazzo. È strano come, dopo tanti anni, quella che mi sembrava un’opera grandiosa, oggi mi appaia quasi banale».

Giuseppe Guastella
Corriere della Sera 09 settembre 2008

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