Di Pietro: Guinzaglio ai giudici, museruola ai cronisti

“Il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Ancora una volta Berlusconi si accinge a prendere un altro provvedimento in materia di giustizia. E, ancora una volta, lo fa per tutelare i suoi privati interessi (vedi vicenda Saccà) e per frenare, in ogni modo e ad ogni costo, le attività di indagine dei magistrati (noi forse non ancora sappiamo il perché, ma evidentemente lui lo sa bene).
Ora Berlusconi vuole impedire ai magistrati – salvo che per alcuni casi particolari – di utilizzare le intercettazioni telefoniche durante le loro indagini. Non solo. Vuole anche impedire che i giornali possano informare adeguatamente l’opinione pubblica su ciò che i potenti di Stato si dicono al telefono, quando vengono intercettati.

Per cercare il consenso parlamentare anche da parte dell’opposizione, ha lasciato prima che Panorama (giornale di famiglia) pubblicasse alcune intercettazioni telefoniche su Prodi e poi gli ha espresso solidarietà, dicendo che queste cose non si fanno. Insomma, con una “faccia di bronzo” senza pari, prima ha dato una coltellata e poi ha detto che gli dispiace!

Con tutti i problemi economici e finanziari in cui versa il paese e con la maggior parte degli italiani che non riescono ad arrivare a fine mese, Berlusconi anche quest’autunno vuole tenere occupato il Parlamento e l’opinione pubblica su questioni di nessun reale allarme sociale (semmai ad allarmarsi è solo chi non vuol far sapere che cosa ha spiattellato al telefono). Anzi, proprio la riduzione della possibilità di fare intercettazioni potrà creare maggiore allarme sociale. Infatti i primi ad approfittarne saranno i delinquenti che torneranno a dirigere i loro traffici anche via telefono. Inoltre d’ora in poi non si potrà nemmeno più venire a conoscenza dei loro sporchi affari. Per intenderci, se già fosse vigente e funzionante questa nuova legge sulle intercettazioni che vuole fare Berlusconi, nessuno avrebbe saputo niente su casi come Telecom, Cuffaro, Mastella, Del Turco, Calciopoli, Bancopoli e compagnia bella.

La giustificazione formale di tale decisione sarebbe l’abuso che si fa da parte dei giornalisti nel pubblicare le intercettazioni telefoniche ancora coperte da segreto istruttorio. Ma per fatti del genere il reato c’è già. L’art. 326 del codice penale prevede il reato di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio da parte del pubblico ufficiale (es. magistrato, poliziotto, cancelliere, etc) o dell’incaricato di pubblico servizio (es. centralinista, trascrittori, ausiliari vari). Ed anche la pena non è indifferente: da 6 mesi a tre anni (peraltro insieme al giornalista che concorre nel reato). Si ritiene troppo bassa questa pena? Bene, aumentiamola allora (però solo per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio e non anche per il giornalista che fa il suo mestiere in quanto – se lui pubblica un atto segreto coperto da segreto istruttorio – vuol dire che a monte c’è stato qualcuno che glielo ha dato e non poteva né doveva darglielo).

Ma l’esigenza di tutelare la privacy che c’azzecca con la volontà di impedire ai magistrati di utilizzare le intercettazioni per fare le indagini? Sarebbe come dire che – siccome capita qualche volta che un chirurgo usi il bisturi per ammazzare la moglie – bisogna impedire d’ora in poi ai chirurghi di usare il bisturi in sala operatoria.
E poi, una cosa è tutelare la privacy fino a quando l’interessato non sia ancora stato messo a conoscenza delle sue telefonate intercettate, altra è impedire ai giornalisti di rendere noti all’opinione pubblica – una volta messi a conoscenza dell’interessato – i risultati delle indagini. Per dire, è certamente meglio che si sia saputo – attraverso la lettura delle intercettazioni telefoniche contenute nel provvedimento restrittivo – le ragioni per cui Del Turco o la sig.ra Mastella sono stati arrestati (così almeno l’opinione pubblica se n’è fatta un’idea).

La verità è molto più banale: si vuole, ancora una volta, approfittare di una questione reale (la pubblicazione anzitempo di talune intercettazioni telefoniche) per raggiungere un obiettivo immorale, piduista e fascista: mettere il bavaglio alla magistratura e la museruola alla libera informazione.
Di fronte a tutto ciò, noi dell’Italia dei Valori non vogliamo restare a guardare, anche perché non condividiamo l’annunciato ammiccamento, anche su questo tema, da parte di molti esponenti del Partito Democratico.

Per questo, sfidiamo il Governo Berlusconi e la sua maggioranza ad approvare subito quest’altra legge della vergogna. Così, subito dopo -contestualmente al referendum sul Lodo Alfano che abbiamo già attivato – attiveremo una raccolta di firme anche per promuovere un referendum contro la “legge-strozzaindagini”. Lo sfidiamo soprattutto a “non buttare il sasso e ritirare la mano”. Se davvero Berlusconi è convinto che questa è una legge che i cittadini italiani vogliono, non si nasconda dietro l’invito agli elettori di non andare a votare. Dica loro di andare ed esprimere liberamente il proprio pensiero. Voglio proprio vedere chi ha più ragione!

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