Davanti ai giudici show di Ottaviano:tanta politica e nessuna autodifesa

Il governatore non ha risposto alle domande dei pm né si è scagliato contro Angelini
Un unico accenno all’inchiesta: controllate bene i movimenti sui miei conti correnti
dal nostro inviato CARLO BONINI

PESCARA – Tra le 11 e le 12 di ieri mattina, nella sala interrogatori del carcere di massima sicurezza di Sulmona, non è accaduto nulla, ma proprio nulla di ciò che gli addetti, come forse anche le persone di buon senso, ritenevano se non verosimile, quantomeno ragionevole dovesse accadere. Ottaviano Del Turco – riferiscono fonti qualificate presenti all’atto istruttorio – ha affidato al verbale del gip Michela Di Fine, del procuratore Nicola Trifuoggi e dei suoi sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli, una lunga dichiarazione spontanea in cui non ha mai affacciato alcuna considerazione di merito sulle accuse che lo hanno portato in carcere. Né specifica, né generica.

Ottaviano Del Turco non ha mai pronunciato la parola “sono innocente”. Non ha mai neppure evocato il nome o l’ombra del suo accusatore, Vincenzo Angelini e le mattonelle di denari che dice di avergli consegnato nel tempo. Non ha mai alzato la voce, non si è abbandonato ad alcuna emozione, non ha mostrato alcuna animosità verso i quattro magistrati che gli erano seduti di fronte. Ha deciso, come suo pieno diritto, di avvalersi della facoltà di non rispondere, preferendo dichiarare, non interrotto, ciò che ha ritenuto utile alla sua difesa.

È accaduto così che Ottaviano Del Turco, in un silenzio a tratti stupefatto dei suoi interlocutori, abbia intrattenuto per oltre venti minuti i quattro magistrati e il suo avvocato difensore, Giuliano Milia, con una lunga digressione squisitamente politica. Ha cominciato rammaricandosi per la sua condizione e le opportunità perse dalla Regione che ha guidato (“Sono qui in carcere e invece sarei dovuto essere in Sud Dakota per importanti accordi che avrebbero fatto il bene dell’Abruzzo”), per poi lumeggiare le politiche di rigore raccomandate dal terzo governo Berlusconi (2001-2005) in materia di sanità, ricordando lo stato di dissesto dei bilanci di quasi tutte le regioni italiane e gli esiti che quelle politiche sortirono. “Nel 2005, solo 15 regioni su 20 – ha ricordato Del Turco – risultavano aver dato corso a quel piano di rientro finanziario”. E tra queste, non la regione Abruzzo.
“Diventato governatore – ha proseguito – ho trovato un bilancio sanitario in condizioni gravissime che, con la politica del buon contadino, ho cominciato a risanare”. “E la prova – ha aggiunto – è in uno studio dell’Università Cattolica”. Di cui ha voluto citare almeno due riferimenti. “Prima che diventassi governatore, le statistiche sanitarie sull’Abruzzo, stilate sulla base del ricorso alle prestazioni erogate dal servizio sanitario regionale, indicavano un 6 per cento degli abruzzesi afflitti da malattia mentale e un 15 per cento, ospedalizzati per ragioni “anomale”. Entrambi gli indici, con la mia giunta sono sensibilmente migliorati”.

Ottaviano Del Turco aveva letto attentamente l’ordinanza di 442 pagine che gli era stata notificata all’alba del 14 luglio. Ma quel tomo che lo ha scaraventato nel buco nero in cui si trova non è stato oggetto di nessuna delle sue parole. Né direttamente né indirettamente. Per scelta propria, evidentemente, e del suo avvocato, Giuliano Milia, che ha potuto incontrare per la prima volta solo ieri mattina, un’ora prima di essere sentito dai magistrati. Non un cenno, non una considerazione, se non per una laconica raccomandazione affidata ai tre procuratori della Repubblica, di “controllare attentamente” i suoi “conti correnti bancari”, “per verificare se vi siano movimenti anomali”. Ha cominciato e finito parlando di politica, Ottaviano Del Turco. Mostrando alla fine della sua digressione sulle politiche sanitarie nazionali e regionali le due lettere di dimissioni da presidente del consiglio regionale e di autosospensione da membro del Pd.

Una scelta che ha offerto all’avvocato Milia l’argomento processuale con cui chiedere la scarcerazione del suo assistito. “Ora – ha argomentato con i magistrati – non esiste più un pericolo di inquinamento probatorio”. “Come del resto – ha aggiunto – non è esistito prima della sua cattura, perché non può certo essere considerato inquinamento probatorio la segnalazione ufficiale a un alto magistrato (il procuratore generale dell’Aquila, ndr) delle riserve su un indagine in corso di un uomo che si sa innocente. O il fatto che un ex ministro delle Finanze incontri vecchi amici della Guardia di Finanza”. Le considerazioni di Milia hanno acceso un tagliente battibecco con il procuratore Trifuoggi, caricando la fine del confronto di un forte nervosismo, culminato con l’immediata replica messa a verbale dal magistrato che ha espresso “parere negativo” della Procura sia al ritorno in libertà di Del Turco che ad ogni altra misura cautelare diversa da quella della detenzione in carcere. Decisione, questa, motivata dal procuratore richiamandosi a quanto lo stesso gip Michela Di Fine aveva avuto modo di scrivere nella sua ordinanza. Che anche eventuali dimissioni da governatore non avrebbero consentito altra misura che non il carcere. Probabilmente, non più quello di Sulmona, ma di Teramo. Almeno fino a lunedì, giorno entro il quale il gip dovrà pronunciarsi.

(Repubblica 18 luglio 2008)

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