L’indiano schiavo in Padania ucciso dalla fatica. Indagati datori di lavoro

I datori di lavoro indagati: omicidio volontario
FRANCESCO SPINI
INVIATO A VIADANA (Mantova)
Un soccorso arrivato troppo tardi, un’agonia andata avanti due ore e più sotto un sole che non dà respiro. Era clandestino, Vijay Kumar, era indiano e non doveva morire in quel campo: l’agricoltore sarebbe finito nei guai. Ci è finito lo stesso, decisamente di più. Vijay Kumar, 44 anni, raccoglieva meloni e angurie nella breve e intensissima stagione estiva. Il 27 giugno la giornata era iniziata come tutte le altre a Viadana, nella bassa mantovana, solo il Po a dividerla dalla Brescello di Peppone e Don Camillo: sveglia all’alba e poi nei campi della contrada Salina per guadagnarsi quegli otto euro che gli davano – chissà quanti erano realmente per lui – per spaccarsi la schiena. Finché tra le quattro e mezza e le cinque il sole e la fatica lo piegano: un infarto e Vijay crolla a terra. Ma non muore subito. Lo lasciano in mezzo al campo a rosolare, perché Vijay non doveva essere soccorso lì: lavorava in nero, sarebbe successo un macello.

Per questo ora i padroni della tenuta agricola dove Vijay lavorava – Mauro Costa e la moglie – sono accusati di omicidio volontario e omissione di soccorso. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti alcuni colleghi di Vijay sarebbero stati mandati a prendere una loro automobile per portare via dai loro campi quell’uomo diventato ormai troppo ingombrante. La macchina arriverà, ma solo dopo oltre due ore. I suoi colleghi – sarebbe stata presente anche la moglie di Costa – lo trasportano poco lontano, in uno spiazzo a fianco di una roggia, all’ombra del granturco che costeggia via Bordenotte. E allora, e solo allora, chiamano soccorso. Sono quasi le otto, l’agonia di Vijay è infinita. Per primo arriva un medico di base e lo trova malmesso ma ancora vivo. Tenta di rianimarlo, fa chiamare il 118. Quando arriva l’ambulanza, però, Vijay è già morto sotto questo afoso cielo bianco della Padana riarsa. Un secondo infarto sembra gli sia stato fatale. Chiarirà tutto l’autopsia, disposta per il 15 luglio.

I carabinieri, l’ispettorato del lavoro di Mantova e la polizia locale ricostruiscono il tutto nel corso di un blitz condotto nei giorni scorsi nell’azienda agricola: trovano 13 compagni di fatica di Viay, quattro in nero, tre senza permesso di soggiorno, altri reclutati illegalmente.

Molte reticenze, tanti «non so, non ricordo», ma qualcuno confida il trattamento riservato al compagno. Le autorità denunciano i Costa dapprima per omicidio colposo, ieri trasformato in volontario. Chiamano in causa pure il «caporale» di turno, che qui porta il nome ottocentesco di Cooperativa Facchini Vitelliani. Questa, guidata dal presidente Giuliano Minghetti, è accusata di somministrazione irregolare di lavoratori. Costa per il momento dovrà pagare 90 mila euro di sanzione e 200 giorni di contributi non versati.

Per ritrovare Le tracce di Vijay in questa terra «dove l’11% della forza lavoro è extracomunitario, ma mai era accaduta una cosa del genere, siamo sconvolti», come dice il sindaco Pd Giovanni Pavesi, bisogna spostarsi solo qualche chilometro da dove è morto, alla frazione Cavallara, in via Bugno.

Lì gli italiani fan finta di non averlo mai né visto né conosciuto; al contrario Memipal, connazionale indiano di 28 anni («Ma io lavoro in fabbrica»), se lo ricorda bene. «Viveva in quella casa là con suo fratello Baljit, che avrà quarant’anni e che adesso è in India, è partito prima che succedesse la tragedia». Ora Baljit dovrà trovare le parole giuste per spiegare la morte di Vijay alla vedova che con i due figli era sempre rimasta a Begampur, nella regione del Punjab da dove era partito il sogno di Vijay.

Al campanello di questa casa isolata al limitare di un bosco di pioppi non risponde nessuno. È mezza diroccata, ha molte finestre murate. In mezzo allo squallore, dal tetto, spuntano due antenne paraboliche per restare collegati con casa, con l’India. Alla cascina dei Costa, tutto tace. Restano i carretti carichi di angurie, un’Audi parcheggiata sotto le volte. Mauro non c’è, sua moglie neppure. C’è la figlia che la prende male: «Non dico niente. State ingigantendo tutto, state solo sputtanando mio padre». Cala la sera su Viadana e su Salina. Sfrecciano le biciclette degli indiani e di qualche turista. Sul luogo della morte di Vijay, nemmeno un fiore.

La Stampa 12 luglio 2008

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