Intercettazioni: le telefonate celebri di potenti e furbetti.

 Potenti e furbetti, le tante vittime del Grande Orecchio

Note di Wildgreta:

In questo articolo l’autore ha dimenticato le telefonate di Berlusconi che, comunque, trovate qui

MARIO AJELLO Roma. Ci sono dei versetti di Stefano Bartezzaghi che fanno così: «Mi hanno messo una pulce nell’orecchio./ Ho una cimice dentro all’apparecchio./ La mosca salta al naso. I tarli mi hanno invaso». Dura, tremenda, insopportabile, insomma, la vita dell’intercettato. Secondo il ministro Alfano lo siamo quasi tutti. E comunque la legge delle intercettazioni non è uguale per tutti: ci sono gli intercettati semplici e gli intercettati celebri, i simplex e i vip. Molti di questi che, poveretti, sono caduti nella trappola del Grande Orecchio hanno anche regalato a quell’impiccione frasi cult, espressioni storiche, veri e propri slogan. Del tipo: «Abbiamo una banca», come disse Fassino a Consorte. Consorte chi? «Ah, lei è Consorte?», scherza D’Alema, sempre nei verbali delle registrazioni balzate fuori nell’agosto del 2005, quello delle scalate bancarie, parlando con l’amico di Unipol: «Quel Consorte di cui parlano tutti i giornali?». Oppure la vittima del Grande Orecchio è l’allenatore di calcio, il Mancio cioè Roberto Mancini, pizzicato in conversazioni con un tipo losco, col rischio di mandare in fumo lo scudetto che i nerazzurri stavano per agguantare e proprio si trattò, mai come in quel caso, di Inter-cettazioni. E il celebre: «Prezioso Sottile, sono Saluzzi!», dello scandalo della Farnesina? E l’inarrivabile Ricucci, in questa saga dell’imbarbarimento della vita pubblica rappresentato dagli spionaggi telefonici? «Stamo a fa’ i furbetti der quartierino», è la frase-simbolo di una dimenticabile stagione. Oppure, sempre lui, Ricucci al cellulare: «C’ho certe notizie dalla Consob… C’ho lì dentro certi uccellini che cantano….». E chissà se le intercettazioni dello scandalo della sanità a Milano, in corso in queste ore, entreranno nella grande letteratura scritta dal Grande Orecchio. Ecco il medico Brega che parla con una tale Enza: «M’hanno bocciato l’operazione alla mammella della novantenne quegli str… degli anestesisti. Mannaggia, mi sarei preso duemila euro!». Anche personaggi storici sono entrati nella top ten o nella top cento degli intercettati. Basti pensare a quanto raccontava Pertini a Craxi: «Vedi, Bettino, mentre stiamo parlando al telefono io e te, almeno otto persone ci stanno ascoltando». In politica, del resto, il Grande Orecchio esordì per volere di Giovanni Giolitti nel 1903: quando l’Italia aveva un telefono per ogni 2250 abitanti. E non parliamo del fascismo in quanto «il Duce ti ascolta» ma a sua volta era riascoltato. Infatti Claretta Petacci chiamò il suo Benito, alla vigilia della dichiarazione di guerra, e così andò: «Tesoro mio, che hai? Perchè non parli? Forse non mi vuoi più bene? Non sei più “me”?». E il Duce taceva, appunto per non svelare ai registratori la notizia dell’indomani. E via così, mescolando Calciopoli, Vallettopoli, banchieri, soubrette, destra, sinistra… L’«Ahò, ecco la griglia degli arbitri che me so’ studiato» (copyright Moggi, parlando con il designatore Bergamo) merita di entrare di diritto fra le frasi celebri. Insieme a un altro «ahò» («Ahò, quelle squadre devono essere punite») e a un’altro ancora su personaggi scomodi come Zeman che «ahò, vanno eliminati!». Ma Ricucci è inarrivabile, rivolto a un suo interlocutore e pizzicato insieme a lui: «Bisogna segui’ ‘na strada maestra. P’annà a Napoli tocca pigliare l’autostrada del Sole, la Roma-Napoli, e non è che tocca annà sulla Casilina, no? Così dobbiamo fare noi, andare dirtti e basta». Dritti al vertice della superclassifica dei grandi intercettati.

Il Mattino 10 giugno 2008

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