Marta Di Gennaro, interrogatorio fiume «Nessun guadagno personale»

di Wildgreta

Il problema, credo, non è che qualcuno ometta o copra irregolarità senza trarne alcun guadagno ma, piuttosto, quale danno rechi ad altri omettere o coprire irregolarità nella gestione dei rifiuti. Per questo,leggendo l’articolo in cui si riporta la tesi difensiva di Marta Di Gennaro, capisco perchè la preoccupazione nei confronti degli altri, sia totalmente assente in centinaia di settori della nostra società. Ognuno, per motivi diversi, può trovarsi nella vita a poter scegliere fra calpestare gli altri o no. Nel dramma dei rifiuti in Campania, tutti, ma proprio tutti hanno deciso che “gli altri” non  valevano nulla, quindi si potevano tranquillamente calpestare e, in alcuni casi, anche fino alla morte. E tanto poco valgono questi famosi “altri”, che li si può uccidere  anche “gratis”. La fortuna dei rifiuti tossici, poi, è che uccidono lentamente e non sempre. A volte fanno “solo” ammalare. Gli effetti si vedono dopo anni, non subito. E dopo anni, chi può dire chi sia stato davvero ad uccidere? Chi si può incriminare? Alcune sentenze della Corte di Cassazione degli ultimi anni, hanno evidenziato come il possesso di mezzi intellettivi e culturali da parte di chi viene incriminato per un qualsiasi reato grave, venga considerato un aggravante. La madre psicologa che non fa nulla per impedire che il marito pedofilo abusi della figlia ha avuto, ad esempio, una condanna pesante, perchè la sua competenza e il suo livello di istruzione, le avrebbero consentito di difendere sua figlia, cosa che lei consapevolmente non ha fatto. Tutto ciò è stato considerato un aggravante dai giudici. Lei non ha potuto difendersi, dicendo “non sapevo cosa fare”. Ecco, senza riferimenti al caso di Marta Di Gennaro tuttora da chiarire, direi che chiedere ad una popolazione intera di fidarsi delle stesse persone che hanno già dimostrato di non curarsi affatto della loro salute, è stato, forse , chiedere troppo.

Marta Di Gennaro, interrogatorio fiume «Nessun guadagno personale»
Più di dieci ore d’interrogatorio, lunghi momenti di tensione, due donne a confronto. Lì, allo stesso tavolo, tredicesimo piano, torre b: Rosanna Saraceno, il gip che ha firmato 25 arresti per manager e subcommissari all’emergenza rifiuti, e Marta Di Gennaro, l’ex braccio destro di Guido Bertolaso. Nove ore di interrogatorio, la voce alta del numero due della protezione civile che non ci sta ad incassare le accuse di truffa ai danni dello Stato, falso e traffico illegale di rifiuti. Allo stesso tavolo, il penalista Efisio Figus Diaz, che assiste la Di Gennaro, i due pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, titolari dell’inchiesta sul commissariato di governo. La donna non ci sta e replica a tutte le contestazioni, che si fondano sulle lunghe telefonate intercettate dai militari del Noe, tra il 2005 e il 2007. Intercettazioni dalle quali emergerebbe – è questa la lettura della Procura accolta dal gip – un rapporto di collusione tra pubblico e privato. Nessun intervento per sollevare una questione di fondo: quelle prodotte dai cdr erano false ecoballe, ben lontane dal rifiuti differenziati ad alto potere calorifico richiesti dal contratto. Con inevitabili contraccolpi sotto il profilo della salute e dei danni ambientali, in una situazione che conveniva un po’ a tutti. Su questo punto, la funzionaria finita agli arresti domiciliari – figlia di un magistrato, madre di un funzionario di polizia e numero due della Protezione civile – non lesina argomentazioni difensive: «Non avevo alcun bisogno di fare carriera e non ho guadagnato nulla dalla mia missione napoletana», chiarisce a mo’ di esordio. Poi, il discorso è caduto sulle intercettazioni. In alcuni passaggi utilizzati dal gip per motivare gli arresti, la Di Gennaro si rivolge a Bertolaso, al quale sottolinea che un intervento «del Noe farebbe emergere che non facciamo a norma». Altre intercettazioni farebbero invece riferimento alla possibilità di «truccare una discarica», di addomesticare i documenti relativi alla possibilità di impiegare la discarica di Terzigno. Passaggi che si prestano ovviamente all’interpretazione e che sono stati al centro della valutazione del giudice per le indagini preliminari. Nella notte, altri due interrogatori, senza soluzione di continuità: quello di Fabio Mazzaglia (difeso dal penalista Lucio Caccavale), responsabile di un laboratorio chimico che avrebbe contribuito a falsificare le analisi sui rifiuti trattati; quello di Giuseppe Sorace (difeso dal penalista Claudio Botti), responsabile unico del procedimento del ciclo produttivo dei rifiuti. Due posizioni che chiudono l’interrogatorio di «garanzia» a carico dei 25 personaggi finiti agli arresti domiciliari nove giorni fa. l.d.g.

Il mattino 5 giugno 2008

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