Rifiuti: tutti i protagonisti di uno scandalo senza attenuanti

Dall’Alto Commissariato a Bassolino, detto “O cafone”, dalla Jervolino fino alla camorra, tutti i protagonisti di una vergogna che passerà alla storia.

di Mariano Maugeri

Il bestiario umano è, più o meno, un genere letterario. Il bestiario napoletano ai tempi della monnezza potrebbe diventare un compendio dei costumi nazionali, un breviario della contemporaneità, il Who’s who di una classe dirigente che entrerà, suo malgrado, nei libri di storia. L’osceno spettacolo della monnezza, l’incapacità di venirne a capo, l’angoscia e l’inerzia di 3milioni di abitanti dell’area metropolitana più angusta (mille kmq) e popolata d’Europa, rappresentano la spia di qualcosa che va molto al di là di una seppur drammatica catastrofe ambientale. È paradossale, ma Napoli in questo momento è il luogo della modernità, il laboratorio di una nuova antropologia umana, il precipitato di un lessico inedito che muterà il significato di parole come consumi, rifiuti, economia, democrazia, civismo, sistema dei partiti (la politica è un’altra cosa), questione meridionale.

Ambiente (ministero). Troppo poco indagato è stato il ruolo di questa tecnostruttura nella interminabile vicenda dei rifiuti campani. Gianfranco Mascazzini, direttore generale alla tutela del territorio da parecchi lustri, ha allevato intere generazioni di ministri dell’Ambiente. Da Giorgio Ruffolo (rosso garofano), Mattioli (il verde), Matteoli (il nero); da Ronchi (l’ex rosso) a Pecoraro Scanio (il verde-rosso) fino alla Prestigiacomo (l’azzurra). Uomini di Mascazzini (Leonello Serva, Marco Giangrasso) hanno affiancato i supercommissari che si sono passati di mano un’emergenza infinita. Un ossimoro, come ha osservato Roberto Barbieri.

Barracco, Mirella (vedi società civile). Con la fondazione Napoli 99 è l’immagine del rinascimento napoletano, il simbolo di una borghesia illuminata che si riappropria del proprio destino capitalizzando storia e bellezze secolari, la gran cerimoniera di un nuovo inizio. C’è una stagione in cui Napoli torna la capitale di un Sud pronto a una rivincita che attende dall’unità d’Italia. Sembra sia passato un secolo. Gennaio 2008: La Barracco lancia il progetto “Sos differenziata” per le scuole di Napoli. In questi giorni, i suoi ragionamenti sono inframezzati da ben altri aggettivi: «Ci sentiamo patetici e velleitari: la condizione della città ci provoca un dolore inaccettabile. Ci vorrebbe un sussulto, una reazione collettiva. Napoli dovrebbe scendere in piazza, come fece Palermo dopo la morte di Falcone e Borsellino».
Bassolino, Antonio. Detto “‘O cafone” dai napoletani (è nato ad Afragola). Maturità classica, ha trascorso la sua vita rinchiuso prima nelle stanze del partito, poi in quelle del potere. Frase famosa: «Ai tempi del rinascimento mi attribuivano meriti che non avevo, adesso colpe che non ho». Ammalato di cesarismo, circondato (a parte gli assessori della prima sindacatura) da uomini insaziabili, lascia alla città e alla Regione un piano della mobilità quasi del tutto realizzato. Così come lascia un sistema di potere fondato sulla spesa pubblica che ha generato corruzione e servilismo a tutti i livelli. L’affare monnezza è la summa di un banalissimo software di governo che paga per zittire. Solo che gli appetiti degli uomini si placano, i loro rifiuti no.
Bertolaso, Guido. Da giovane medico volontario nei campi profughi dell’Indocina a Palazzo Chigi. Due luoghi agli antipodi per la stessa missione: salvare il mondo povero e/o salvare Napoli dalla monnezza (ormai sono sinonimi). Ha vinto tutte le battaglie, eliminato i nemici politici, incassato il riconoscimento del popolo italiano e del suo più diretto rappresentate (Silvio Berlusconi), che per le felici coincidenze della vita è anche il suo mentore. Nelle sue mani una concentrazione di potere senza precedenti: esercito ai suoi ordini, prefetti di ferro che scattano come reclute, Palazzo Chigi costantemente mobilitato, l’intera macchina della Protezione Civile in pugno. Ora non ci sono più alibi, a parte la magistratura. Discariche, differenziata e termovalorizzatori in trenta mesi. E poi diventerà san Guido per tutti.
Camorra. Ha succhiato fino all’ultimo euro dall’affare dei rifiuti soldi urbani (da non confondere con quelli tossico-nocivi, dove ha avuto il ruolo di protagonista). E continuerà a farlo. Troppo facile inserirsi nelle plateali inefficienze della pubblica amministrazione. Ma non è la camorra ad aver determinato questo stato di cose. Diverso il ragionamento sull’economia campana. Ormai si fronteggiano due monopoli: quello della spesa pubblica, che genera consenso e corruzione. E quello della camorra, fabbrica di malaffare e criminali. In mezzo, l’economia sana, che malgrado tutto resiste.
Governo, Commissariato di. Il pozzo di San Gennaro, se Patrizio non si offende. C’è la stagione dei sub commissari bassoliniani (Raffaele Vanoli, Giulio Facchi, Massimo Paolucci) individuati – scrive la commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti – più sulla base dell’«intuitu personae» che dopo «una valutazione comparata e attenta delle molteplici professionalità sul mercato». Girandole di consulenti, almeno una sessantina censiti, drammatici incontri notturni con uno dei 551 sindaci della Campania affinché imbucasse da qualche parte la monnezza prodotta a Napoli quel giorno. Il giudizio della commissione d’inchiesta sul commissariato straordinario è senza appello: «Le inefficienze strutturali si sono rivelate in questi anni di tale entità da pregiudicarne in modo irreversibile operatività ed efficacia».
De Gennaro, Gianni. Il numero uno dei poliziotti italiani. Le sue biografie citano compiaciute i soprannomi: Dick Tracy, l’incorruttibile collega della Chicago flagellata dal proibizionismo, e lo Squalo. Si è aqquartierato a palazzo Salerno, dalla parte opposta della Prefettura dove lavora un altro poliziotto, Alessandro Pansa («i due non si sono mai amati», dicono i bene informati). L’esordio non fu dei più promettenti («devo studiare la pratica, lasciatemi qualche settimana») ma gli va riconosciuto che dopo un paio di mesi (equivalenti a metà mandato) ha cominciato a muoversi a suo agio seguendo la strategia del doppio binario: dialogo con le comunità e forti pressioni sugli enti e le istituzioni (palazzo San Giacomo, in primis) che sulle discariche da individuare s’illudono di giocare al gatto col topo. Tra lo scetticismo generale – compreso il nostro – ha portato a casa due discariche vere (Sant’Arcangelo Trimonte e Savignano Irpino) una volta tanto concordate con la popolazione e attrezzate secondo i regolamenti. Per molto meno, a queste latitudini, si diventa uomini della provvidenza.
Fibe. È l’acronimo della società di Impregilo che si aggiudicò l’appalto completato nell’arco di tre presidenti regionali (Rastrelli, Losco, Bassolino). Quando si scrive che la monnezza è questione solo campana, ci si dimentica che ad aggiudicarsi la gara fu la più grande azienda nazionale di costruzione (anche se a digiuno sull’argomento termovalorizzatori), con sede nella ex Stalingrado d’Italia e opere in giro per i cinque continenti. La spuntò in base a due parametri: la velocità di esecuzione dell’opera (300 giorni) e il prezzo più basso per chilo di rifiuti da smaltire. Bassolino firma dopo il nulla osta del suo fidatissimo superconsulente legale, l’avvocato Enrico Soprano. Sappiamo com’è andata. Sei milioni di ecoballe taroccate a futura memoria e i lavori di Acerra in stand by dopo otto anni. Altro errore imperdonabile del trio Rastrelli-Losco-Bassolino: in una situazione tanto complessa, affidare a un unico soggetto privato l’intero ciclo dei rifiuti, con il compito di individuare i terreni dove costruire i termovalorizzatori, le linee dei Cdr e le aree di stoccaggio dei rifiuti. Con un doppio, devastante risultato: deresponsabilizzare la politica e innescare la spirale speculativa sui terreni di mezza Campania.
Ganapini, Walter. Il signore di Greenpeace, il teorico dell’opzione rifiuti zero, nemico giurato dei termovalorizzatori cooptato da Antonio Bassolino all’assessorato regionale Ambiente appena tre mesi fa. Che è come nominare il Mahatma Gandhi generale di corpo d’armata mentre infuria una guerra nucleare. Il reggiano Ganapini ha preso il posto del mastelliano Luigi Nocera, ora inquisito, per anni assessore regionale “ombra” all’Ambiente, ma non in senso veltroniano. Sicuramente un salto di qualità, ma nel giro di qualche settimana, e su mandato della strana coppia Bassolino-Berlusconi, Ganapini è passato dai voli pindarici del no ai termovalorizzatori alla trattativa con la Q8 per installarne uno a Napoli Est. Prove tecniche di realismo?
Giovani. «Abbiamo il futuro contro», ha detto qualche giorno fa uno studente del liceo scientifico Antonio Labriola di Bagnoli. I ragazzi volevano fare la differenziata, almeno a scuola. Cinque telefonate (Regione, Comune, Assessorato comunale Nettezza urbana, Asìa) sono state sufficienti per capire che nessuno è in grado di fornire i contenitori di carta, vetro, plastica. In questo caos si tende a minimizzare l’impatto che la questione rifiuti avrà sulla formazione culturale delle giovani generazioni: frustrazione, inerzia, rabbia, rifiuto della politica. Oppure, il ritorno prepotente del vecchio adagio di Eduardo: fujetevenne!
Iervolino Russo, Rosa. È il vaso di coccio di manzoniana memoria. L’errore di Totonno Bassolino, incalzato da Ciriaco De Mita che opponeva un suo candidato, fu quello di ricandidarla nel 2006 alla guida del Comune. Lei, lungimirante, era pronta al passo indietro. Figlia di un ministro della Marina mercantile, dorotea fino al midollo, è stata la prima e ultima donna ministro dell’Interno della Repubblica. Onesta fino alla paranoia, terrorizzata dalla sola idea di prendere un avviso di garanzia, ha dato più volte la sensazione di essere in balìa degli eventi. Pure dimenticando la questione monnezza per un attimo, su tutto il resto (da Bagnoli all’Albergo dei poveri) la Iervolino è rimasta impantanata. In extremis ha inserito cinque nuovi assessori in squadra. Ma la partita, ormai, era persa.
Napoli, area metropolitana. Quel preveggente di Giuseppe Mazzini l’aveva capito già qualche secolo addietro: «L’Italia sarà quel che Napoli sarà». Napoli è l’inizio e la fine di tutto. Un alveare di 3,1 milioni di esseri umani su una porzione di territorio pari al 7,5% di quello regionale, in cui ognuno pensa di essere l’ape regina. Non è un’attenuante. Ma la casta degli (ex) puri che governa da 15 anni un territorio così flagellato, prima di tutto avrebbe dovuto preoccuparsi di studiare grandi operazioni culturali. In Campania, spiace dirlo, non c’è traccia di cultura dell’organizzazione. E la raccolta differenziata, giustamente invocata da tutti in questi anni, è la cartina di Tornasole di una mobilitazione mancata che non ammette anarchia, favoritismi, scetticismi atavici, omessi controlli. Se fosse vivo, Mazzini non avrebbe dubbi: «O la differenziata (e i termovalorizzatori) o la barbarie!».
Società civile (vedi Barracco, Mirella). «Sagunto cade, anzi brucia» in un assordante silenzio, aveva scritto il 3 gennaio lo storico Giuseppe Galasso sulle colonne del Sole-24 Ore. L’afasia della borghesia napoletana, la sua fragilità, quel mix micidiale di apatia e immobilismo sono stati criticati dagli opinionisti. Prima Galasso, poi Galli Della Loggia, infine Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera del 31 maggio, che cita La Capria e la complicità dei borghesi napoletani con la classe politica. C’è un passaggio micidiale: «Il resto d’Italia si sente danneggiato da Napoli due volte: in termini d’immagine e in termini di sforzo finanziario». Di complicità e passività è lastricata la storia del Mezzogiorno. Ma temiamo che stavolta, forse più banalmente, la miseria senza forma descritta dalla Ortese nel “Mare non bagna Napoli” abbia lasciato il posto a una vergogna senza forma.

Sole 24ore 3 giugno 08

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